ovvero: an open letter to myself
Nel 1996 ero al primo anno di università e mi sono fatto spiegare per bene come funzionano le email. Le due cose per me più stupefacenti erano: uno, che la spedizione era gratis, due, che il tempo compreso tra l’invio e l’arrivo al destinatario della missiva era praticamente zero. Che rivoluzione, per uno come me, che amava ricevere lettere, e scriverne!
L’anno successivo era per email che sentivo E., una ragazza olandese che avevo conosciuto in italia. Non avevo ancora un mio indirizzo, ma in compenso avevo un coinquilino molto appassionato di internet che gentilmente si era reso disponibile a fare da tramite; stampava le email che mi arrivavano e me le consegnava, o più spesso me le infilava sotto la porta della camera. Quando toccava a me rispondere, mi concedeva l’uso del computer per il tempo necessario a battere il testo.
Nel giro di poco comunque ho cominciato a frequentare assiduamente aule computer e biblioteche, ed ho aperto una casella email. Ho cominciato a scrivere e ricevere lettere, con il sottile piacere che ne deriva.
“We’ll fast forward to a few years later”, cantava Alanis Morisette; lentamente, nel corso degli anni qualcosa è cambiato, finché le email ricevute sono diventate rare come i matrimoni felici tra le celebrità di Hollywood. Ricevo un sacco di spam, con tentativi di truffa o proposte commerciali di viagra e cialis; qualche newsletter da qualche sito che mi ha chiesto l’email per un’iscrizione che poi non mi sono preoccupato di cancellare; qualche file pps che vorrebbe essere divertente e che viene mandato a decine di destinatari. Lettere personali, più o meno due all’anno.
Un po’ perché molti amici hanno messenger ed è più facile parlarsi lì; forse anche un po’ perché negli anni il mio stile di scrittura è diventato più asciutto, secondo una filosofia del ‘less is more’ che piacerebbe tanto a Reality Nirvana Tuttle, ma che per alcuni può rendere difficoltosa la corrispondenza. Forse perché in alcuni periodi ho una specie di blocco e scrivere anche solo due righe diventa pesante. Forse perché oggi sono poche le persone che usano realmente l’email?
Così oggi la lettera che vorrei ricevere me la scrivo da solo.
Hola Gnappo,
come vanno le cose? Qui tutto abbastanza nella norma, l’estate è finita anche per noi lasciandosi dietro una scia di sogni dolci. Sogno molto in questo periodo, sai? Ogni tanto sogno di prendere il treno, entro nello scompartimento e ci sei tu già seduto. Il treno entra in una galleria sottoterra e ad un certo punto non è più un treno, è qualcosa di simile ad una diligenza. A volte va a finire che mi ritrovo a scendere in una città di notte e comincio a girare alla ricerca di un bar aperto, e girando girando comincio a sentirmi a disagio, in pericolo, ed ho paura che qualcuno mi stia seguendo.
Forse se ti sogno è perché di sera, prima di addormentarmi, mi capita di ricordare qualche episodio che ci è successo: ti ricordi quella volta che abbiamo chiuso il bar e ci siamo messi a inventare nuovi cocktail con il ghiaccio tritato? Con nomi tipo “rosa sadomaso” oppure “fréjus interruptus”? E’ un peccato che ora abitiamo così lontani, quando mi vieni a trovare?
Per il resto, il lavoro va bene, ho un po’ di tosse ma niente di grave, il sesso non ne parliamo… ma perché non ne parliamo? Parliamone! Hanno messo la fiera dell’erotismo proprio qui dietro casa, ci ho fatto un salto con Erika e Antonio. Tra le altre cose c’era un area per il sesso estemporaneo, hanno messo una decina di stanzette, ognuna con il suo bel lettino; ci si poteva iscrivere, si lasciava una foto e poi con un sistema complicato ricevevi via bluetooth foto di gente con cui fare sesso, e se ti piacevano, fissavi una delle stanzette ad un orario prestabilito. Antonio voleva quasi provare, ma si vedeva che aveva un po’ di paura, mentre Erika lo sai, non si scandalizza di fronte a niente.
Non sto uscendo molto, non sono mai stato un vero e proprio animale da party, ma mi rendo conto che ultimamente esco meno di prima, sarà l’età? Cerco di dedicarmi alla mia persona, e ora il mio interesse principale è l’arte – la politica, invece, mi nausea sempre di più. Dipingere mi fa stare molto bene, anche se la mia tecnica non migliora quanto vorrei, e vorrei anche essere un po’ più costante. Ma noi siamo i figli del microonde e del “chiavi-in-mano”, dobbiamo re-imparare che si cresce lentamente (e dolorosamente) perché la filosofia del “tutto e subito” non funziona, perché “presto e bene raro avviene” e perché “baleno, e lavoro meno”.
Ti lascio, vado a preparare il pranzo: qualcosa che comprenda riso, fagioli e probabilmente formaggio, anche se non ho la minima idea di cosa ne uscirà fuori.
Besos y besos!
